Quanta acqua consuma il digitale: data center, AI e Bitcoin

Se provi a cercare quanta acqua consuma una risposta di ChatGPT, trovi due numeri che si contraddicono. Un filone di titoli allarmistici parla di fino a mezzo litro d’acqua a domanda; i report delle grandi aziende tech rispondono con pochi millilitri. Sono cifre distanti un fattore mille, eppure hanno ragione tutte e due. Capire perché è il modo più onesto per ragionare sul consumo di acqua dei data center, dell’intelligenza artificiale e persino di Bitcoin, senza prendere il numero più grande e farne un titolo.

In questo articolo metto in fila i numeri che girano, con la fonte accanto a ciascuno e il range completo dove le stime divergono. Poi guardo cosa sta succedendo in Italia, dove gli hyperscaler stanno arrivando in fretta, e chiudo con le poche leve concrete che restano in mano a chi progetta edifici e impianti.

Un data center consuma acqua su due canali distinti, il raffreddamento diretto in sito e, soprattutto, l’energia che lo alimenta, che da sola pesa per circa l’80% del totale. Una query di intelligenza artificiale vale tra 0,3 e oltre 500 millilitri a seconda di dove tracci il confine, mentre una transazione Bitcoin è stimata in 16.000 litri. In Italia stanno partendo 350 MW di nuovi hyperscaler intorno a Milano, senza un obbligo nazionale di rendicontare l’acqua.

IndicatoreValoreFonte (anno)
Risposta AI da ~100 parole, intera filierafino a ~519 mlRen et al. (2023, agg. 2025)
Risposta AI, solo raffreddamento in sito~0,3 mlOpenAI / Google (2025)
Transazione Bitcoin (acqua indiretta via energia)~16.000 litride Vries (2023)
Acqua per addestrare GPT-3, intera filiera~5,4 milioni di litriRen et al. (2025)
Quota indiretta (energia) sul totale di un data center~80%EESI / dati USA (2023)
Nuovi hyperscaler avviati a Milano nel 2025350 MW (3 progetti)Capacity Media (2025)

Quanta acqua consuma davvero una risposta di ChatGPT?

Tutto ruota attorno a un confine, quello che decidi di tracciare intorno alla misura. Conta solo l’acqua evaporata per raffreddare i server e una singola risposta vale circa 0,3 millilitri (stime OpenAI e Google, 2025). Allarga il perimetro all’elettricità che alimenta l’infrastruttura e la stima accademica più citata sale fino a circa 519 millilitri per una risposta da 100 parole (Ren et al., 2023). Lo stesso gesto, pesato con due bilance diverse.

Nelle stesse settimane Sam Altman ha parlato di circa 0,32 millilitri per query, sempre contando il solo raffreddamento in sito, e Google di circa 0,26 per una richiesta a Gemini. Il mezzo litro arriva da un conteggio diverso, quello che include l’intera filiera energetica a monte. Nessuno bara. Semplicemente misurano cose diverse, e chiamano acqua due grandezze che non coincidono.

Attorno a quella forbice i titoli tendono a saltare due cose che spostano parecchio il conto. La prima è che i modelli più recenti, quelli che “ragionano” prima di rispondere, elaborano molti più passaggi e arrivano a consumare tra 20 e 100 millilitri per una richiesta estesa (benchmark How Hungry is AI?, 2025). La seconda è la scala. Il costo di una singola query resta minuscolo, ma moltiplicato per oltre un miliardo di richieste al giorno diventa un prelievo idrico globale stimato tra 4,2 e 6,6 miliardi di metri cubi entro il 2027 (Ren et al.), più dell’intero prelievo annuo della Danimarca.

C’è poi un consumo che supera tutti gli altri, e matura prima ancora della singola risposta, quando il modello viene addestrato. Per GPT-3 sono serviti circa 700.000 litri d’acqua evaporata in sito, che diventano fino a 5,4 milioni considerando l’intera filiera energetica (Ren et al., aggiornamento 2025). È il consumo idrico annuo di alcune decine di famiglie, speso per costruire un solo modello.

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Perché un data center “beve” acqua?

Un data center beve per due ragioni distinte, e la più pesante è anche la meno visibile. Una parte se ne va in modo diretto, per raffreddare i server. Un’altra, molto più grande, arriva in modo indiretto, dall’elettricità che consuma. I dati statunitensi del 2023 lo dicono chiaro. L’intensità idrica indiretta è di 4,52 litri per kWh contro 0,36 del raffreddamento in sito, oltre dodici volte tanto. Vuol dire che circa l’80% dell’impronta idrica sta a monte, nella centrale che produce la corrente, non nella sala server.

Il raffreddamento in sito è la parte diretta, quella più piccola ma più visibile. Le torri e i sistemi evaporativi smaltiscono il calore dei server facendo evaporare acqua, spesso potabile. Sul piano energetico funziona benissimo, ma è un consumo vero, perché quell’acqua se ne va in atmosfera e non torna in fognatura. Quando il clima aiuta, il free cooling con aria esterna fredda la riduce quasi a zero. Per i carichi AI ad alta densità, invece, si sta affermando il raffreddamento a liquido a contatto diretto con i chip.

Su questo punto Microsoft ha fatto un annuncio che è stato molto frainteso. Nel dicembre 2024 ha presentato una generazione di data center “a zero acqua”. Conviene leggerlo con attenzione, perché la promessa vale solo per gli impianti di nuova progettazione e solo per il consumo diretto in sito. L’acqua indiretta, quella legata all’energia, resta al suo posto. E il parco esistente verrà sostituito nell’arco di quindici o vent’anni. Un passo avanti reale, insomma, ma non la fine del problema.

Il conto complessivo del settore cresce in fretta, ed è l’ordine di grandezza che conta di più. Nel 2024 i data center hanno consumato circa 415 TWh di elettricità, quanto un grande Paese europeo, e l’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che entro il 2030 arrivino a 945 TWh, più del doppio in sei anni (IEA, Energy and AI, 2025). L’acqua segue l’energia passo passo, e infatti il consumo idrico diretto è proiettato tra 150 e 300 miliardi di litri l’anno entro il 2028.

Bitcoin: 16.000 litri per una transazione?

La cifra che circola di più, quella dei 16.000 litri per transazione, va presa per quello che è, un ordine di grandezza più che una misura al litro. La firma Alex de Vries, che stima una singola transazione Bitcoin intorno ai 16.000 litri d’acqua contro i 2,6 millilitri di un pagamento con carta di credito (de Vries, Cell Reports Sustainability, 2023). Stessa funzione, un rapporto di milioni a uno.

I processori dei miner dissipano calore ad aria, quindi di acqua diretta ne consumano pochissima. Quasi tutto il consumo è indiretto e passa dall’enorme quantità di elettricità richiesta dal proof-of-work, la competizione di calcolo che valida le transazioni. Su base annua de Vries stima l’impronta idrica dell’intera rete intorno ai 2.200 miliardi di litri nel 2023.

Anche questa cifra è molto contestata, e a ragione, perché le stime di de Vries partono dal mix elettrico medio, mentre parecchi pool di mining oggi girano più a idroelettrico e rinnovabili, e questo abbassa il consumo reale. Il punto di fondo, però, tiene. Tra l’utilità percepita di una transazione e il suo costo ambientale resta un’asimmetria enorme, che vale la pena conoscere non fosse altro per rispondere a tono quando un committente la tira in ballo.

Consumo idrico a confronto: risposta AI da 0,3 a 519 ml, transazione Bitcoin 16.000 litri, addestramento di un modello AI 5,4 milioni di litri
Gli ordini di grandezza del consumo idrico digitale a confronto. Fonti: Ren et al. (2023-2025), de Vries (2023).

Cosa sta succedendo in Italia?

In cinque anni l’Italia è passata da mercato di secondo piano a uno degli hub europei che crescono più in fretta, e lo ha fatto senza una regola nazionale sull’acqua dei data center. Il mercato delle costruzioni vale 3,82 miliardi di dollari nel 2025, con una crescita media annua attesa del 14,55% fino al 2031 (Mordor Intelligence). Solo intorno a Milano, nel 2025, sono partiti tre progetti hyperscale per 350 MW complessivi, che si sommano agli oltre 200 MW già in funzione nell’area.

Per chi progetta, il problema è tutto normativo e nasce da due assenze precise. A oggi manca un quadro nazionale specifico sull’efficienza idrica dei data center, e manca l’obbligo di rendicontare quanta acqua prelevano. Ci si affida allora alle regole generali: la Valutazione di Impatto Ambientale prevista dal D.Lgs. 152/2006 per gli impianti rilevanti, l’Autorizzazione Unica Ambientale per gli scarichi, la concessione di prelievo per chi attinge da pozzi propri, con le ARPA regionali a controllare.

Sul territorio pesa anche un vuoto di informazioni, perché i consumi idrici reali dei data center milanesi non sono pubblici e i grandi operatori non li rendicontano sito per sito in Italia. Così, quando un’amministrazione valuta un nuovo impianto, le manca proprio il numero che servirebbe per pesarne l’effetto su un bacino già in sofferenza. E il bacino è quello della Pianura Padana, dove si concentra la nuova capacità e che d’estate conta i giorni di siccità. Sono gli stessi numeri della crisi idrica italiana di cui ho scritto altrove, con le reti che perdono già il 42% dell’acqua immessa.

WUE: come si misura l’acqua di un data center (e perché conta)?

Per misurare tutto questo basta un indicatore, il WUE, il Water Usage Effectiveness, che conta i litri d’acqua spesi per ogni kWh di calcolo. E tra i migliori e la media c’è un abisso. Il settore viaggia intorno a 1,8-1,9 litri per kWh, mentre i leader stanno un ordine di grandezza più in basso. AWS dichiara 0,19 litri per kWh nell’esercizio 2024, Microsoft 0,30.

Operatore / riferimentoWUE (litri per kWh)Fonte (anno)
Media settore data center1,8-1,9benchmark industria (2024)
Microsoft0,30Microsoft datacenters (2024)
AWS0,19AWS sustainability (FY2024)
Intensità diretta (sola, USA)0,36EESI (2023)
Intensità indiretta (energia, USA)4,52EESI (2023)

Sul lavoro di tutti i giorni quei numeri si trasformano in una scelta concreta. Affidare l’infrastruttura digitale a un operatore piuttosto che a un altro è anche una decisione idrica. Per chi assiste un committente con esigenze cloud importanti, cambiare fornitore o regione di hosting può ridurre l’impronta idrica indiretta di un ordine di grandezza. È una leva poco sfruttata e perfettamente misurabile, perché i tre grandi (AWS, Microsoft, Google) pubblicano i dati di efficienza idrica, mentre tanti operatori minori no.

Questi numeri sono il contesto in cui si muove il corso “Progettare con l’Acqua” (12 ore online, per ingegneri, architetti e geometri): il filo è sempre lo stesso, dal dato alla norma al calcolo all’elaborato, tra reti duali, recupero delle piovane, riuso delle grigie e invarianza idraulica.

Cosa può fare chi progetta?

Chi progetta può fare più di quanto il tema, visto da lontano, lasci pensare. Il consumo idrico del digitale sembra fatto di grandi numeri distanti, eppure per un tecnico italiano si concentra in tre leve molto concrete: il controllo in fase ambientale, la progettazione del raffreddamento e del recupero, la consulenza alla committenza.

In fase di VIA e di autorizzazione, chiedere il bilancio idrico di bacino. Quando un data center entra in procedura ambientale, il suo consumo d’acqua su un territorio già teso è un elemento istruttorio che vale la pena pretendere in modo esplicito, a maggior ragione nelle aree più esposte alla siccità estiva.

Progettare il raffreddamento con acque non potabili e recuperare il calore. Un circuito di raffreddamento può essere alimentato con acque reflue trattate, acque grigie depurate o acque meteoriche recuperate, al posto dell’acqua di rete. È lo stesso principio delle reti duali che i CAM 2026 ormai impongono negli edifici, e l’ho raccontato per le grigie nell’articolo sul recupero delle acque grigie in edificio e per la pioggia nel dimensionamento del serbatoio. C’è anche il calore di scarto, di bassa temperatura ma costante, che può alimentare il teleriscaldamento urbano o reti agricole.

Portare i numeri alla committenza. Per chi propone interventi su impianti, fotovoltaico o recupero acque, contestualizzare il progetto nel quadro dei consumi nascosti del digitale aumenta la percezione di competenza. È anche la cornice giusta per spiegare perché ogni metro cubo recuperato in edificio conta, in un Paese dove la rete perde quasi metà dell’acqua e l’autonomia idrica del singolo edificio diventa un asset concreto. Sul perché alluvioni e siccità siano la stessa faccia del problema ho scritto un pezzo a parte, su alluvione e siccità come errore di dimensionamento.

Gli stessi criteri CAM che impongono la rete duale a scala di edificio li ho messi in fila uno per uno nell’articolo su CAM 2026 e acqua. Quella logica di raffreddamento ad acqua non potabile che per i data center è ancora un auspicio, in edilizia è già la norma.

Domande frequenti

L’acqua usata dai data center non viene riciclata?

In parte sì, ma il raffreddamento evaporativo per sua natura consuma l’acqua: la rilascia in atmosfera come vapore, non in rete fognaria, quindi non torna disponibile localmente. Inoltre circa l’80% dell’impronta idrica è indiretto, legato all’energia elettrica: lì non c’è alcun riciclo che tenga.

Quanta acqua consuma una singola domanda all’intelligenza artificiale?

Tra circa 0,3 millilitri, se conti solo il raffreddamento in sito (stime OpenAI e Google, 2025), e fino a circa 519 millilitri per una risposta da 100 parole se includi l’intera filiera energetica (Ren et al., 2023). I modelli che ragionano consumano di più, tra 20 e 100 millilitri per richiesta estesa. La forbice dipende dal confine del sistema che si decide di misurare.

Le stime su Bitcoin e AI sono attendibili?

Sono stime ragionate, basate su assunzioni esplicite sul mix energetico medio. Le critiche più solide riguardano le sovrastime quando il mix reale è più rinnovabile della media. L’ordine di grandezza, però, è coerente con le rendicontazioni successive di Microsoft, AWS e Google. Vanno citate sempre con il range, mai prendendo il valore massimo come ufficiale.

Microsoft ha annunciato data center a zero acqua: il problema è risolto?

Solo in parte. Il zero acqua riguarda il consumo diretto in sito e solo i data center di nuova generazione annunciati dal dicembre 2024. L’acqua indiretta, quella necessaria a produrre l’elettricità, resta; e il parco esistente verrà sostituito gradualmente in quindici, venti anni.

Un progettista italiano può intervenire davvero?

Sì, su tre leve: pretendere il bilancio idrico di bacino in fase di VIA per gli impianti rilevanti; progettare raffreddamento con acque non potabili e recupero del calore; aiutare la committenza a scegliere fornitori cloud con efficienza idrica trasparente. Sono azioni misurabili, non principi generali.

I tre numeri da tenere a mente quando se ne parla

Se da tutto questo porti via tre cifre, per rispondere quando il tema salta fuori in studio o con un committente, sono queste:

  • da 0,3 a 519 ml per una risposta dell’AI: la forbice dipende da dove fermi il conto. Chi cita solo il numero più grande vende indignazione al posto dei dati.
  • 80% dell’acqua di un data center sta nell’energia, non nel raffreddamento. Il vero consumo idrico del digitale è figlio di come produciamo elettricità.
  • 350 MW di nuovi hyperscaler a Milano nel 2025, senza un obbligo nazionale di rendicontare l’acqua. Il tema è già nel nostro territorio, non altrove.

Se c’è un filo che lega questo pezzo al resto, è che l’acqua è un sistema: ogni suo anello, dalla query di ChatGPT al rubinetto di casa, si progetta. È lo stesso metodo del corso “Progettare con l’Acqua”, dove ogni numero diventa una scelta tecnica, con 12 ore online e strumenti che porti subito sul prossimo progetto.

In alternativa puoi partire dal toolkit gratuito, con le schede dei numeri verificati e gli strumenti operativi del corso.

Fonti

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