Finanziamenti per il Clima: Il Nuovo Report ONU Svela che Stiamo Correndo a Vuoto
Le conseguenze del cambiamento climatico non sono più un’astrazione futura; sono la realtà quotidiana per milioni di persone. Dalle ondate di calore record che mettono a dura prova le nostre città alle alluvioni devastanti che cancellano intere comunità , gli impatti sono innegabilmente qui e si stanno intensificando.
Di fronte a questa crisi, ci sono state fatte delle promesse. I leader mondiali si sono impegnati in uno sforzo globale per aiutare le nazioni più vulnerabili, quelle meno responsabili della crisi ma che ne subiscono le conseguenze più gravi, ad adattarsi e a costruire un futuro resiliente.
Tuttavia, un nuovo e fondamentale report del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) funge da severo “reality check”.
L’Adaptation Gap Report 2025, intitolato significativamente “Running on Empty” (A corto di risorse), getta una luce impietosa sul divario tra le promesse fatte e le risorse effettivamente messe a disposizione.
Il documento non si limita a segnalare un leggero ritardo; rivela una verità scomoda e sistemica: il mondo si sta preparando alla resilienza climatica senza i fondi necessari per realizzarla.
I 5 dati più scioccanti dal nuovo report ONU sull’adattamento climatico
Il report analizza in dettaglio il panorama dei finanziamenti per l’adattamento climatico, e i risultati sono a dir poco allarmanti. Ecco i cinque punti più critici che emergono dall’analisi.
1. Il divario finanziario è astronomicamente più grande di quanto immaginiamo
Il problema centrale è una discrepanza sconcertante tra ciò che è necessario e ciò che viene fornito. Secondo il report, il fabbisogno finanziario stimato dei paesi in via di sviluppo per l’adattamento climatico varia da 310 a 365 miliardi di dollari all’anno entro il 2035.
Di fronte a questa cifra, i flussi finanziari pubblici internazionali stanziati nel 2023 sono stati di soli 26 miliardi di dollari. Questa cifra, già di per sé deludente, rappresenta solo i fondi provenienti dai paesi sviluppati. Il report sottolinea che, includendo i contributi degli stessi paesi in via di sviluppo, il totale sale a 35 miliardi di dollari, evidenziando un significativo sforzo di solidarietà Sud-Sud.
La conclusione del report è netta:
il fabbisogno è “almeno 12 volte superiore agli attuali flussi finanziari pubblici internazionali per l’adattamento”.
Questa non è una piccola carenza che può essere colmata con qualche aggiustamento. È un fallimento sistemico che mina alla base la credibilità dello sforzo climatico globale.
2. Stiamo per mancare un obiettivo climatico cruciale (di nuovo)
Nel “Patto per il Clima di Glasgow”, le nazioni sviluppate si erano impegnate a raddoppiare i flussi finanziari per l’adattamento del 2019, con l’obiettivo di raggiungere circa 40 miliardi di dollari all’anno entro il 2025. Il report ONU afferma senza mezzi termini che, a meno di un’improbabile inversione di tendenza, questo traguardo non sarà raggiunto.
Il sommario esecutivo del report lo dichiara esplicitamente:
Il divario finanziario per l’adattamento non si sta riducendo e l’obiettivo del Patto per il Clima di Glasgow sarà mancato secondo le traiettorie attuali.
Questo fallimento è estremamente significativo. Non si tratta solo di mancare un obiettivo numerico, ma di infrangere una promessa solenne fatta dalle nazioni più ricche e responsabili della crisi verso quelle più vulnerabili, lasciandole sole ad affrontare impatti sempre più gravi.
3. Il “nuovo grande obiettivo” è già insufficiente
Durante la COP29 di Baku, è stato concordato un Nuovo Obiettivo Quantificato Collettivo per il Finanziamento Climatico (NCQG) di almeno 300 miliardi di dollari all’anno entro il 2035. A prima vista, sembra una cifra ambiziosa, ma il report la definisce “chiaramente insufficiente” per due ragioni fondamentali:
- Copre sia mitigazione che adattamento: la cifra totale di 300 miliardi deve finanziare sia la riduzione delle emissioni (mitigazione) sia la preparazione agli impatti (adattamento), e non è stata concordata una quota minima specifica per l’adattamento.
- Non è adeguato all’inflazione: l’obiettivo è fissato in dollari del 2035. Il report calcola che, con un’inflazione media del 3%, il solo fabbisogno per l’adattamento nel 2035 ammonterebbe a una cifra compresa tra i 440 e i 520 miliardi di dollari. Questo rende i 300 miliardi totali per entrambi gli scopi palesemente inadeguati.
4. Gran parte degli “aiuti” sta creando una “trappola del debito”
Il problema non è solo la quantità di denaro, ma anche la sua forma. Il report evidenzia una crescente dipendenza dagli “strumenti di debito”, in particolare dai prestiti “non agevolati” (a tassi di mercato), che nel 2023 hanno superato quelli agevolati, specialmente nei confronti dei paesi a medio reddito. Questo sta creando quella che il report definisce una “trappola degli investimenti per l’adattamento” (adaptation investment trap).
Il meccanismo è perverso: i disastri climatici costringono i paesi vulnerabili a indebitarsi per la ricostruzione e l’adattamento. Questo aumento del debito riduce la loro capacità fiscale di investire nella resilienza futura, esponendoli a danni ancora maggiori al prossimo evento estremo. Si innesca così un circolo vizioso che soffoca lo sviluppo e aggrava la vulnerabilità .
Questa dipendenza dal debito non è neutrale: favorisce progetti infrastrutturali su larga scala, che possono generare un ritorno economico per ripagare i prestiti, a scapito di interventi cruciali ma non “bancabili” come il rafforzamento delle capacità locali o la protezione degli ecosistemi.
5. Il settore privato non è la soluzione magica che speravamo
Una narrazione comune suggerisce che il settore privato interverrà per colmare il vasto divario finanziario. Il report dell’ONU smonta questa speranza partendo da una premessa fondamentale.
Il report chiarisce che il potenziale del settore privato è limitato perché la maggior parte delle priorità nazionali di adattamento, come la protezione delle coste o i sistemi di allerta precoce, sono “beni pubblici” che non generano profitti diretti.
Il settore privato tende a concentrarsi su azioni con un ritorno commerciale, che rappresentano solo una piccola parte del fabbisogno totale. Di conseguenza, realisticamente, il settore privato potrebbe coprire solo il 15-20% del fabbisogno totale di finanziamento per l’adattamento nazionale, per un valore di circa 50 miliardi di dollari all’anno.
Inoltre, il documento evidenzia una distinzione cruciale spesso trascurata: quella tra finanziamento (chi fornisce il denaro in anticipo, come una banca) e copertura dei costi (funding, ovvero chi paga il conto alla fine).
Molti modelli “innovativi” di finanza privata non fanno altro che trasferire i costi ai paesi in via di sviluppo o direttamente alle famiglie. Risolvono un problema di liquidità immediata, ma non il problema fondamentale di chi sostiene l’onere economico dell’adattamento.
Oltre i numeri, una chiamata a un’azione globale
L’Adaptation Gap Report 2025 dipinge un quadro desolante. Nonostante i discorsi ambiziosi e le promesse solenni, il mondo sta lasciando le nazioni più vulnerabili “a corto di risorse” (running on empty) proprio mentre la tempesta climatica si intensifica.
Le cifre non mentono: stiamo fallendo nel fornire il supporto necessario su una scala che si avvicini anche lontanamente a quella richiesta.
La presidenza della recente COP30 in Brasile ha invocato un “mutirão global” – uno sforzo collettivo globale – per passare finalmente dalle negoziazioni a un’azione climatica ambiziosa. Ci saranno riusciti?
Il report dimostra che questo sforzo è più urgente che mai.
Di fronte a queste cifre, la domanda che dobbiamo porci è profonda e scomoda: cosa significa veramente la solidarietà globale nell’era del cambiamento climatico?


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