L’Illusione del Progresso Climatico: Perché la Crescita Economica Sta Cancellando i Nostri Sforzi

Il paradosso climatico

L’Accordo di Parigi del 2015 ha acceso una speranza globale. Per la prima volta, quasi tutte le nazioni del mondo si sono unite con l’obiettivo comune di limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali. Un impegno storico che ha dato il via a un decennio di politiche, innovazioni e promesse climatiche.

Ma a quasi dieci anni di distanza, a che punto siamo veramente? Stiamo vincendo la battaglia o stiamo solo correndo più velocemente per rimanere fermi?

Un nuovo studio (fonte in calce al post), che utilizza modelli statistici all’avanguardia per proiettare il nostro futuro climatico con una precisione mai vista prima, rivela una realtà molto più complessa e piena di paradossi di quanto si pensi.

In questo articoli ti svelo i 5 risultati più sorprendenti di questa analisi, che dipingono un quadro di progressi tecnologici impressionanti vanificati da forze economiche ancora più potenti.

1. Il Paradosso della Crescita: I Nostri Progressi sul Clima Vengono Divorati dall’Economia

Il risultato più contro-intuitivo emerso dallo studio è un paradosso che sta al centro della nostra attuale crisi climatica.

Da un lato, c’è una notizia innegabilmente positiva: tra il 2015 e il 2024, l’intensità di carbonio globale (le emissioni per unità di PIL) è diminuita del 25%. Si tratta di un tasso di miglioramento annuo del 3,1%, un ritmo quasi tre volte più veloce rispetto alla media storica pre-Accordo di Parigi (1,1%). Questo dato testimonia un reale progresso nell’efficienza e nella decarbonizzazione delle nostre economie.

Tuttavia, questo successo è stato letteralmente inghiottito da un’altra forza. Nello stesso identico periodo, il Prodotto Interno Lordo (PIL) mondiale è cresciuto del 41%. Il risultato netto di queste due tendenze opposte è desolante: la rapida crescita economica ha più che annullato i guadagni di efficienza, portando a un aumento delle emissioni totali di CO2 del 5,6% a livello globale.

“…la rapida crescita economica, un’aspirazione di molti governi e società, ha portato a un drammatico arretramento sulle emissioni di carbonio da quando è stato adottato l’Accordo di Parigi.”

2. Meno Rischio di Catastrofe, ma l’Obiettivo dei 2°C Resta un Miraggio

L’analisi delle proiezioni sulla temperatura futura rivela una natura decisamente agrodolce. La buona notizia è che il rischio degli scenari climatici più catastrofici si è ridotto in modo significativo.

La probabilità di un aumento della temperatura superiore a 3°C entro il 2100 è crollata, passando dal 26% (nelle proiezioni basate su dati fino al 2015) a solo il 9% oggi. Questo significa che le politiche e i progressi tecnologici hanno reso gli esiti peggiori molto meno probabili.

La cattiva notizia, però, è che la nostra capacità di raggiungere l’obiettivo principale dell’Accordo di Parigi non è migliorata. La probabilità di riuscire a mantenere il riscaldamento globale sotto i 2°C è rimasta sostanzialmente invariata e scoraggiantemente bassa, passando dal 18% al 17%.

Di conseguenza, la temperatura media prevista per il 2100 è scesa solo marginalmente, da 2,6°C a 2,4°C. Questo dato evidenzia quanto il riscaldamento futuro sia già “bloccato” nel sistema: le riduzioni di emissioni più significative avverranno più avanti nel secolo, avendo così un impatto minore sulle emissioni cumulative, che sono il fattore determinante per il cambiamento climatico.

3. Il Dilemma della Cina: Raggiungere gli Obiettivi ma Aumentare le Emissioni

Il caso della Cina offre un esempio emblematico e concreto del paradosso centrale. La nazione si era posta un obiettivo specifico basato sull’intensità di carbonio, impegnandosi a ridurla del 36% entro il 2024. Su questo fronte, la Cina ha ottenuto un risultato eccellente, raggiungendo e persino superando leggermente il target con una riduzione del 37%.

Eppure, questo successo su un indicatore chiave nasconde una realtà opposta. A causa della sua eccezionale e rapida crescita economica nello stesso periodo, le emissioni totali di CO2 della Cina sono aumentate di un massiccio 18%.

Questo caso di studio illustra perfettamente come il successo nel raggiungere un obiettivo di efficienza, pur essendo lodevole, non si traduca automaticamente in una riduzione delle emissioni complessive se non è accompagnato da una riconsiderazione del modello di crescita economica.

4. Un Futuro Meno Incerto, ma Non per Questo Più Facile

Tra i dati emersi, uno dei più inaspettati è la drastica riduzione dell’incertezza nelle proiezioni future. Secondo lo studio, l’intervallo di previsione per le emissioni annuali nel 2100 si è ristretto del 75%. In pratica, i modelli statistici sono oggi molto più concordi su dove stiamo andando.

Questo significa che scenari estremi, che nel 2015 erano considerati plausibili, oggi appaiono improbabili. Ad esempio, la possibilità che le emissioni globali potessero salire fino a 71 Gt (miliardi di tonnellate) all’anno entro la fine del secolo è stata quasi esclusa.

Il rovescio della medaglia, però, è che questa maggiore certezza consolida anche le proiezioni meno ottimistiche. I modelli attuali indicano che, mantenendo le tendenze odierne, è improbabile che le emissioni scendano sotto i 7 Gt, rendendo l’obiettivo di “emissioni nette zero” — il punto in cui non aggiungiamo più gas serra all’atmosfera di quanti ne rimuoviamo — estremamente difficile da raggiungere senza ulteriori e radicali sforzi.

5. L’Enorme Potenziale Nascosto nella Disparità Globale

La conclusione della lista offre una nota propositiva, basata sulle enormi differenze che ancora esistono tra le varie nazioni. Lo studio sottolinea che l’intensità di carbonio varia enormemente nel mondo, e questa disparità rappresenta un’opportunità.

Per dare un’idea della scala, i dati del 2024 mostrano che l’intensità di carbonio degli Stati Uniti era circa il 50% più alta di quella della Germania. Ancora più impressionante, quella della Cina era oltre tre volte superiore a quella tedesca.

L’implicazione di questo dato è chiara e potente: esiste un modello europeo collaudato ad alta efficienza.

Paesi con alta intensità di carbonio, come Cina e Stati Uniti, potrebbero accelerare drasticamente la loro decarbonizzazione semplicemente adottando approcci, politiche e tecnologie già in uso nelle economie più efficienti d’Europa.

Un Bivio tra Crescita e Sopravvivenza

Il messaggio chiave che emerge da questa analisi è inequivocabile. Negli ultimi nove anni abbiamo fatto progressi significativi e misurabili nell’efficienza energetica e nella riduzione dell’intensità di carbonio, dimostrando che il cambiamento tecnologico è possibile.

Tuttavia, questi guadagni sono stati sistematicamente vanificati da un modello di crescita economica globale che, nella sua forma attuale, continua a trainare inesorabilmente l’aumento delle emissioni totali.

Abbiamo ridotto il rischio degli scenari peggiori e abbiamo proiezioni più certe che mai, ma questa stessa chiarezza ci mostra che, sulla traiettoria attuale, gli obiettivi di Parigi rimangono fuori portata.

Ci troviamo di fronte a un bivio fondamentale. La speranza offerta dalla tecnologia e dall’efficienza è reale, ma non basta. La vera sfida, ora, è più profonda e strutturale.

Le nostre società riusciranno a ridefinire il concetto di “crescita” in tempo per allineare le nostre aspirazioni economiche con le necessità fisiche del pianeta?

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